Sonntag, 10. März 2013

Storia della letterature italiana

La storia della letteratura italiana
La storia letteraria di un popolo non è già un elenco delle opere scritte nella lingua nazionale; ovvero una successione di giudizi estetici e di biografie di autore: è invece la rappresentazione della vita spirituale del popolo rintracciata nei canti e nelle funzioni dei suoi poeti, nella meditazione e nelle memorie dei suoi sapienti, insomma nella sua letteratura la quale riflette perciò le vicende della civiltà e l'opera dei fattori che agirono in questa.
(Natalino Sapegno)

La storia della letteratura italiana ha inizio nel Duecento, quando nelle diverse regioni della penisola italiana si iniziò a scrivere in italiano con finalità letterarie.

Gli storici della letteratura individuano l'inizio della tradizione letteraria in lingua italiana nella prima metà del XIII secolo con la Scuola siciliana di Federico II di Svevia Re di Sicilia e Imperatore del Sacro Romano Impero, anche se il primo documento letterario è considerato il Cantico delle creature di San Francesco d'Assisi. La diffusione del messaggio poetico parti dunque dalla contea, e quando usci dai suoi ristretti confini per diffondersi in maggiore libertà nei comuni toscani e a Bologna, fu per molto tempo il dovere di una sempre più nota autorità comunale. Anche quando la Sicilia passò il testimone ai grandi poeti toscani, coloro che scrivevano d'amore vi associarono, seppure in maniera fresca e nuova, i contenuti filosofici e retorici assimilati nelle prime grandi università, prima di tutto quello di Bologna, prima università per antichità e respiro culturale. I primi poeti italiani provenivano dunque da un alto livello sociale, e furono soprattuto notai e dottori in legge che arricchirono il nuovo volgare dell'eleganza del periodare latino che conoscevano molto bene attraverso lo studio di grandi poeti latini come Ovidio, Virgilio, Marco Anneo Lucano. Ciò che infatti ci permette di parlare di una letteratura italiana è la lingua, e la consapevolezza nella popolazione italiana di parlare una lingua, pur nata verso il X secolo d.C., si emancipa completamente dal promiscuità col latino solo nel duecento.

Come scrive Giuseppe Petronio: " Il carattere distintivo che ci permette di parlare di una letteratura italiana è la lingua".

"Sarebbe stato impossibile determinare un momento in cui il latino abbia cessato di essere la lingua comunemente usata dal popolo e abbia ceduto il posto alle lingue nuove: sia perché tale trapasso dovette svolgersi diversamente e in diversi tempi nei differenti luoghi, sia perché soprattutto è assurdo scientificamente parlare del nascimento di un linguaggio, il quale non nasce ,ai e non muore bensì continuamente si trasforma".

L'Italia nel periodo romano e la letteratura latina

Nell'VIII secolo a.C. Roma aveva iniziato ad espandersi conquistando, nel corso di alcuni secoli, le varie regioni della penisola italiana, abitate da popoli differenti sia per lingua che per razza, unificandoli e dando così l'avvio ad un letteratura latina che produsse grandi scrittori tra i quali Lucrezio, Catullo, Cicerone, Virgilio, Orazio, Livio, Oviedo e Tacito.
Ma qualche secolo dopo Cristo l'Impero romano iniziò progressivamente a decadere e nel territorio penetrarono popolazioni di razza diverse, prevalentemente di origine germanica, che i Romani chiamarono barbari. Questo portò allo sfasciarsi dell'impero che si divise in diversi stati con storie separate, anche se alcuni di essi rimasero legati tra di loro, sia per il fatto di parlare la lingua latina, sia per il fatto di aver aderito alla religione del Cristianesimo.

L'Italia nel periodo medievale e la letteratura medievale

Con la detronizzazione dell'ultimo imperatore romano, nel 476 d.C., il potere passò a un re barbarico e L'Italia venne soggiogata dai germanici fino al 553 quando, con la battaglia del Vesuvio, L'Impero romano d'Oriente, costituito dai Bizantini, riuscì a rioccupare una parte dell'Italia. Nel 568 però, con la discesa in Italia dei Longobardi, che riuscirono a conquistare un'altra parte della penisola, si assistette ad una divisione politica, amministrativa e linguistica.

In questo periodo la cultura della penisola italiana, sia a causa delle condizioni economiche che si erano notevolmente aggravate, sia per le invasioni barbariche e altre cause, si abbassò notevolmente e la lingua iniziò un'evoluzione diversa secondo le regioni e i differenti strati sociali.

Da una parte ci sono le persone colte, i cosiddetti chierici appartenenti al clero e in un grado di leggere e di scrivere, che continuarono a parlare, e anche a scrivere, in latino e dall'altra le persone non colte, i laici, che, incapaci di leggere e di scrivere, utilizzavano dialetti che avevano un'origine latina ma col passare del tempo andavano sempre più allontanandosi e diversificandosi da essa.

Nacque così in Italia una letteratura nuova composta in latino medievale o  mediolatino che rispecchiava la nuova civiltà: la civiltà medievale.

Come scrive Alberto Asor Rosa "…é dall'intera maturazione di questa ( con tutti i fenomeni linguistici, ideologici e sociologici che l'accompagnano e ne derivano) che si produce a un certo punto una nuova cultura fondata essenzialmente sull'uso dei linguaggi volgari". Quindi si formò un nuovo linguaggio. Il Volgare.

L'Italia del periodo comunale e le letterature in volgare

Con la ripresa economica che si manifestò dopo il Mille e che vide la nascita della città, nacquero dei nuovi ceti cittadini appartenenti agli artigiani, ai mercanti o agli industriali, che, pur essendo laici, sentivano il bisogno di possedere una cultura e di esprimersi in modo letterario. Costoro pertanto iniziarono ad utilizzare i loro dialetti di origine latina, i volgari, per rivolgersi non solamente ai chierici, ma a tutti i laici che erano in grado di comprendere il volgare, spesso se letto o recitato da altri.

I primi scritti in volgare sono di carattere religioso nei quali si obbligano gli ecclesiastici a rivolgersi ai fedeli, nel corso delle prediche, nella loro stessa lingua come viene stabilito da Carlo Magno nell'813 durante il Concilio, di Tours e spesso formule di giuramenti come il Giuramento di Strasburgo del 14 febbraio dell'842, quando si assistette al giuramento di Carlo il Calvo e Ludovico il Germanico davanti ai propri eserciti, il primo in francese antico e il secondo in francone.

Samstag, 2. März 2013

Cinema


Agli inizi del Novecento, pochi anni dopo l'avvento del cinématographe, il cinema italiano si afferma nel genere muto con pellicole come La presa di Roma, Gli ultimi giorni di Pompei e Cabiria; nello stesso genere  Rodolfo Valentino diviene celebre in America.

Gli anni trenta vedono la nascita del festival del cinema di Venezia e, promossa dal regime, di Cinecittà, imponente struttura all'avanguardia in Europa che favorisce, lo sviluppo del cinema italiano che propone, accanto ai film di propaganda, le pellicole stucchevoli e piccolo borghesi del cinema dei telefoni bianchi.

Nel dopoguerra i registi neorealisti come Vittorio De Sica, Roberto Rossellini e Luchino Visconti ottengono importanti riconoscimenti in patria e all'estero. Alla generazione successiva, quella del cinema d'autore, appartengono Federico Fellini e Michelangelo Antonioni, ai quali si affianca la figura unica e anticonformista di Pier Paolo Pasolini.

Nella seconda metà degli anni cinquanta si sviluppa la commedia all'italiana, con caratteri di satira di costume, con registi come Pietro Germi, Mario Monicelli, Ettore Scola, Luigi Comencini, Dino Risi e Pasquale Festa Campanile; a tale filone appartengono attori affermati come Sophia Loren, Gina Lollobrigida, Anna Magnani, Claudia Cardinale, Totò, Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman e Alberto Sordi.

Agli anni sessanta e settanta appartengono il giallo all'italiana, in cui emergono i film di Lucio Fulci e Dario Argento, il cinema politico, con registi come Elio Petri e Francesco Rosi e interpreti come Gian Maria Volonté. protagonista anche dello "spaghetti-western", genere in cui spicca il regista Sergio Leone. A seguire, con l'avvento della televisione commerciale, inizia una crisi del settore che si protrarrà anche negli anni novanta e che nemmeno i 9 premi Oscar vinti da L'ultimo imperatore di Bernardo Bertolucci (1988) o quelli assegnati(1a Nuovo cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore 990), a Mediterraneo di Gabriele Salvatores (1992) e a La vita è bella di Robeto Begnini (1999) riusciranno a risollevare. Da ricordare anche le figure di Franco Zeffirelli. Ermanno Olmi, Carlo Verdone, Nanni Moretti e Massimo Troisi.

Negli anni duemila ad incassare maggiormente al botteghino sono i cosiddetti film di Natale o cine panettoni, caratterizzati da comicità grossolana, spesso ambientati in luoghi esotici.



Samstag, 9. Februar 2013

Narni


Narni era il nome latino che i Romani, dopo la conquista del 299a:C., avevano dato all'insediamento umbro di Nequinum, l'attuale Narni, una cittadina in provincia di Terni arroccata su uno sperone di roccia, dal quale domina la valle del fiume Nera che si stende ai suoi piedi.

Arriviamo in città di mattina. Una leggera foschia sembra voler aggiungere un tocco di misterioso incanto al borgo, sul quale domina l'imponente rocca fatta costruire nel XIV secolo dal cardinale spagnolo Gil Alvarez de Albornoz e che rappresentava all'epoca, oltre che una difesa, anche l'emblema dell'autorità papale sulla città e il suo territorio.
Oggi la maestosa fortezza ospita un parco tematico medievale in cui sono stati ricostruiti, con attenzione filologica, l'accampamento militare, il villaggio trecentesco e il mercato. All'interno della rocca si tovano la sala delle armi, la sala dei costumi e la sala della musica. Nei fine settimana di apertura del parco, si svolgono eventi di vario genere - come spettacoli di sbandieratori, concerti di musica medievale e danze storiche, gare di tiro con l'arco - sempre legati al Medioevo. 
Lasciamo l'atmosfera incantata del castello per tornare in paese, dove ci aspetta Roberto Nini per accompagnarci nel nostro breve giro per le vie della città - sulla quale nel frattempo splende il sole - prima di mostrarci qualcosa che promette di essere davvero sorprendente. Narni è un piccolo scrigno in cui sono racchiusi i tesori del suo passato. Durante il nostro tour siamo più volte tentanti di fuggire dalla nostra guida, attratti dagli archi di pietra che sembrano fare da ornamento agli stretti vicoli. Da Piazza Garibaldi, dove ci troviamo, è già possibile di ammirare l'imponente costruzione della Cattedrale di Narni. Il nucleo originario della chiesa dedicata a San Giovenale, primo vescovo di Narni, venne costruito tra l'XI e il XII secolo per poi essere ampliato e trasformato nei secoli successivi. Basta entrare e portarsi all centro della chiesa per ammirare, quasi in un unico colpo d'occhio, l'armonia della costruzione, in particolare la semplicità delle tre navate in stile romanico dell'impianto originario. 
Lasciamo la Cattedrale e ci avviamo per Via Garibaldi, la via del passeggio di Narni, che conduce in Piazza dei Priori, dove si trovano il Palazzo del Podestà e il Palazzo dei Priori. Prima di arrivarci, Roberto insiste per farci visitare il Teatro comunale. La costruzione risale alla metà del XIX secolo ed è particolare proprio perché è incorporata nel preesistente contesto medievale. La costruzione risale alla metà del XIX secolo ed è particolare proprio perché è incorporata nel preesistente contesto medievale. Ne risulta , come ci mostra Roberto, una piccola bizzarria architettonica. A chiudere il palco, infatti, non troviamo il classico fondale, ma i muri di un edificio medievale le cui porte immettono direttamente su una via adiacente al teatro. Per ingrandire il palcoscenico venne infatti inglobato nel teatro un intero vicolo.
Ma il tempo stringe e Roberto è impaziente di mostrarci la sua "sorpresa". Proseguiamo dunque la nostra visita della città incamminandoci lungo Via Mazzni, dove si trova la chiesa romanica di Santa Maria Inpensole, eretta nel XII secolo. È ora di avviarci verso la parte settentrionale della città, per ammirare "l'altra Narni". Si, perché oltre alla Narni, diciamo così, di superficie, ne esiste una sotterranea. A questo punto dobbiamo calarci, è proprio il caso di dirlo, in un mondo di fiabia e mistero. 

Narni sotterranea
Sembra una storia uscita dalla penna di Clive Staples Lewis, quella che ci racconta Roberto all'ingresso della "sua" Narni. Anche qui, come nelle Cronache di Narnia, ci sono dei ragazzi curiosi in cerca di avventura e anche loro, in qualche modo, hanno aperto una "porta" su un mondo straordinario e affascinante.
Tutto ha iniziato tanti, tanti ani fa. Roberto e i suoi amici avevano circa 10 anni e, come tutti i bambini, amavano giocare nei campi. In quel periodo il loro posto preferito era l'orto di un certo Ernani, il quale naturalmente non era contento di veder giocare quei mocciosetti tra i suoi pomodori e la sua insalata.  Così un giorno, per liberarsene, Ernani disse ai bambini di scavare in un certo punto del terreno, a debita distanza dalla sue piante, perché li avrebbero trovato un tesoro. Ernani non lo sapeva, ma proprio là sotto, dove aveva detto di scavare, giaceva davvero un tesoro, di pietra, ma dal valore inestimabile.
Sotto Narni si nascondeva di fatto un'altra città e le scoperte di Roberto e dei suoi amici, che nel frattempo, alla fine degli anni Settanta, avevano fondato il Gruppo speleologico Utec, avevano dell'incredibile: "In un primo momento non ci hanno nemmeno creduto, ci hanno preso per matti". La cavità indicata da Ernani nascondeva i resti di una chiesa del XII secolo con il soffitto decorato da un cielo stellato e affreschi rappresentanti l'Arcangelo Michele, la Vergine Maria, la luna e il sole. Non fu che l'inizio. Narni sotterranea é attraversata da un'infinità di cunicoli in cui si trova di tutto: pozzi etruschi, frantoi, cave di pietra. Negli anni sono stati rinvenuti anche una cisterna romana e una parte dell'antico acquedotto risalente al I secolo d.C. Infine, ecco la scoperta più interessante e inquietante allo stesso tempo.
Al fondo di un lungo corridoio sotterraneo si trova una grande sala a volta che, come si scoprirà, ospitò la stanza degli interrogatori del Tribunale del l'Inquisizione. La scoperta è sensazionale e, dopo molto ricerche, Roberto è riuscito anche a dare un nome al misterioso prigioniero che ha lasciato tracce così evidenti del suo doloroso soggiorno nelle celle della Santa Inquisizione. Si tratta di un certo Giuseppe Andrea Lombardini, caporale delle guardie dell'Inquisizione  di Spoleto, incarcerato nel 1759 con l'accusa di avere aiutato a far fuggire un prigioniero.  Starremmo ad ascoltare i racconti di Roberto per ore, ma è tempo di tornare in superficie e di partire per Orvieto.







Freitag, 8. Februar 2013

L'Italia a Tavola



Piccolo, ricche e fortunate
Manca poco a capodanno e dobbiamo essere pronti al grande rito. no. non quello dei fuochi d'artificio, ma quello che ti riempie le tasche di soldi. Almeno così dicono: si crede che chi al Cenone di Capodanno mangia le lenticchie guadagnerà tanti soldi. Poi non succede mai, come forse no è mai successo ai tempi dei Romani, quando la tradizione è nata. A quell'epoca infatti, durante le feste, il regalo più comune era una "scarsella" (ciò una borsa in pelle) piena di lenticchie, con l'augurio che si trasformassero in monete. 

Ora che lo sappiamo, ci piace ancora di più questo legume che è "povero", ma buono, fa bene e che, inoltre, conosciamo da tantissimo tempo. Se infatti per lo scienziato siamo di fronte al seme di una pianta Lens esculenta, che appartiene alla famiglia delle leguminose, lo storico per trovare le prime tracce di lenticchie a tavola deve tornare alla preistoria. Se studiamo i fossili, scopriamo che gli uomini hanno cominciato a coltivare le lenticchie nel 7.000a.C. nel'Asia sud-orientale. Nei secoli successivi, troviamo le lenticchie in tutta la zona Mediterraneo. In Turchia si coltivano dal 5.500 a.C., poi si diffondono in Egitto, in Grecia, a Roma. Troviamo traccia delle lenticchie addirittura nella Bibbia. ("…allora Giacobbe diede a Esaù del pane e della minestra di lenticchie", Genesi, 25,34), anche se per leggere le prime ricette un po'raffinate dobbiamo aspettare il cuoco e scrittore latino Apicio ("Lessetale in acqua. poi preparate a parte una salsa pestando pepe, cumino, coriandolo, foglie di menta, ruta e puleggia. Bagnate poi con miele, mosto cotto, salsa d'acciughe e aggiungete alle lenticchie").

A parte questi "eccessi" di condimento, amatissimi ai tempi dei Romani e forse un po' meno ai nostri, la lenticchie  è buona sempre e comunque. E soprattutto, pochi piatti costano così poco e fanno anche bene. Le lenticchie sono ricche di proteine e infatti, nel Medioevo, la gente ha cominciato a mangiarle al posto della carne nei giorni di digiuno del venerdì o anche durante le carestie. Piatto dei poveri amato nei secoli dei più raffinati gourmet di tutto il mondo, che, a seconda della posizione geografica, possono usare  lenticchie diverse: nelle Americhe piattono molto le lenticchie gialle e verdi con seme grande; in Europa, lungo le coste del Mediterraneo, so preferiscono quelle a seme piccolo di color arancio, rosso o marrone.


E in Italia? L'Italia è la patria della lenticchia, anche se succede come per il frumento: la domanda è così alta che la quantità che produciamo (750 tonnellate all'anno) non è sufficiente. Così importiamo  altre 24'000 tonnellate di lenticchie soprattutto dal Canada, dalla Turchia e dagli Stati Uniti. Tuttavia nelle botte piccola c`è il vino buono e le lenticchie italiane sono considerate da tutti le migliori. 

La "regina" è la lenticchia di Castellucio di Norcia, in Umbria, che ha ottenuto il marchio Igp (Indicazione geografica protetta). Coltivata sotto il paese di Castellucio, che si trova su una montagna, in una bellissima zona naturale, la lenticchia di Castellucio è famosa per il suo gusto delicato e per le dimensioni, circa 2mm di larghezza. Sempre in Umbria abbiamo le lenticchie di Colfiorito, mentre altrove troviamo la lenticchia verde di Altamura, in Puglia, grande e adatta ai contorni; la lenticchia di Villalba, in Sicilia; la lenticchia del Pollino, una new entri promossa dal 2005; la lenticchia di Ustica, piccola e ricca di gusto grazie al terreno vulcanico, color marrone scuro;  quella di Santo Stefano di Sessanio, in Abbruzzo, che si coltiva in terreni secchi di alta montagna, tra i 1.200 e i 1.450 metri; E poi, ancora, ci sono le lenticchie di Ventotene, delle Eoli, di Mormanno. Tutte amatissime dai gourmet ma anche dal dietologo, il quale afferma che la ricchezza di fibre delle lenticchie fa bene all'intestino e le rende ideali anche per abbassare il colesterolo. In più, grazie alla buona qualità delle proteine contenute, diventano una "bomba" nutritiva adatta soprattutto ai ragazzi, in particolare se mangiate con i cereali (pane pasta, riso). Come tutte le specialità gastronomiche della cucina italiana, bisogna saperle cucinare nel modo migliore. È meglio usare quelle secche perché sono più ricche di sostanza nutritive, anche se ci vuole più tempo per cucinarle. Si devono tenere in acqua da 4 a 12 ore (dipende da tipo di lenticchia) e poi si cuociono in poca acqua, come consiglia chi le produce. Ma ne vale la pena. Anche perché a Capodanno il cotechino non può stare in un piatto vuoto, senza le lenticchie. E poi bisogna sempre considerare che, oltre al palato, è contento il portafoglio: forse, una volta nella vita….

Sonntag, 27. Januar 2013

Gioachino Rossini


Un uomo da invidiare; parole di Stendhal

La sua attività ha spaziato attraverso vari generi musicali, ma è ricordato soprattutto come uno dei grandi operisti della storia, autore di lavori famosissimi e celebrati quali "Il barbiere di Seviglia" e "Guglielmo Tell".

La prima parte della sua vita fu come uno dei suoi celeberrimi, travolgenti crescendo (compose la prima opera all'età di quattordici anni); poi-come per iniziare una seconda esistenza -vennero il precoce ed improvviso abbandono del teatro, la depressione e il ritiro nella pace della campagna parigina di Passy, con molte pagine di musica ancora da scrivere.

Nato tre mesi dopo la morte di Wolfgang Amadeus Mozart, il "Cigno di Pesaro"-come fu definito- impresse al melodramma uno stile destinato a far epoca e del quale chiunque, dopo di lui, avrebbe dovuto tener conto; musicò decine di opere liriche senza limite di genere, dalle farse alle commedie, dalle tragedie alle opere serie e semiserie.

La sua famiglia era di semplici origini: il padre Giuseppe-detto "Vivazza" (morto il 20 Aprile 1839)- fervente sostenitore della Rivoluzione francese, era originario di Lugo (Ravenna) e suonava per professione nella banda cittadina e nelle orchestre locali che appoggiavano le truppe francesi d'occupazione; la madre , Anna Guidarini, era nata ad Urbino ed era una cantante di discreta bravura. in ragione delle idee politiche del padre, la famiglia Rossini fu costretta a frequenti trasferimenti da una città all'altra tra Emilia e Romagna.

Così il giovane Rossini trascorre gli anni della giovinezza o presso la nonna o in viaggio fra Ravenna, Ferrara e Bologna dove il padre era riparato nel tentativo di sfuggire alla cattura dopo il restauro del governo pontificio. Ed è proprio a Bologna, dopo aver appreso qualche rudimento dai fratelli Malerbi a Lugo, che si avvicina alla musica ed in particolare allo studio del canto (fu contralto e cantore all'Accademia filarmonica) e della spinetta presso Giuseppe Prinetti, suo primo maestro.

È il 1800 e Rossini ha otto anni; a quattordici (1806), si iscrive al Liceo musicale bolognese, studia intensamente composizione appassionandosi alle pagine di Haydn e Mozart (è in questo periodo che si guadagna l'appellativo di tedeschino), mostrando grande ammirazione per le opere di Cimarosa e scrive la suo prima opera (Demetrio e Polibio, che sarà rappresentata però soltanto nel 1812).

Conosce Isabella Colbran, cantante lirica, maggiore di età, che sposerà a Castenaso il 16 marzo 1822 e da cui si separerà intorno al 1830.

A neanche vent'anni tre sue opere sono già state rappresentate e il numero, un anno dopo, salirà a dieci. L'esordio ufficiale sulle scene era avvenuto nel 1810 al Teatro San Moisè di Venezia con La cambiale di matrimonio.

Nei vent'anni successivi, Rossini compose una quarantine di opere, arrivando anche a presentarne al pubblico 4 o 5 in uno stesso anno; in occasione delle prime rappresentazioni dei suoi lavori, il pubblico italiano gli riserverà accoglienze controverse. Si passò infatti da straordinari successi (La pietra del paragone, La gazza ladra, Zelmira, Semiramide) ad accoglienze freddine e perfino a clamorosi insuccessi, tra i quali è divenuto storico quello del Barbiere di Siviglia, in occasione della cui "prima" al Teatro Argentina di Roma, nel 1816, vi furono addirittura dei tafferugli, causati con ogni probabilità dai detrattori del Maestro pesarese; l'opera era infatti un grande successo pochi giorni più tardi. Sempre del 1816 è poi l'opera Otello ( da cui sarà ricavata poi parte della musica del Duetto buffo di due gatti, brano per soprano erroneamente attribuito a Rossini).  Dal 1815 al 1822 è il direttore del Teatro di San Carlo di Napoli.

Semiramide (1823) è stata l'ultima opera di Rossini a debuttare in Italia. Dopo la sua rappresentazione il compositore si trasferì a Parigi, dove le sue opere furono accolte quasi sempre in modo trionfale. Guglielmo Tell, rappresentato a Parigi il 3 agosto 1829 con il titolo francese di Guillaume Tell, sarà la suo ultimo opera melodramma. 

Negli ultimi anni egli compose infatti solo pochissimi lavori, tra cui la memorabile Petit messe serenelle.

Rossini, uomo dalle mille sfaccettature , è stato descritto dai numerosi biografi in molte maniere: ipocondriaco, umorale e collerico oppure preda di profonde crisi depressive, ma pure gioviali bon vivant amante delle buona tavola e delle belle donne; spesso è stato ritenuto afflitto da pigrizia, ma la suo produzione musicale, alla fine si rivelerà incomparabile (sebbene arricchita da numerosi centoni  brani musicati precedentemente e riutilizzati per nuove opere che il compositore prestava a sé stesso  in una sorta di auto-plagio).

Il 15 Marzo 1847 Rossini ottenne dalla Repubblica di San Marino il titolo di nobile e venne altresì proposto, il 10 dicembre 1857, per l'astrazione al patriziato della città di Lugo. 

Rossini smise di comporre per il teatro lirico all'età di trentasette anni, dopo il Guglielmo Tell , ritirandosi dalla mondanità a vita privata.
Nonostante ciò continuò fino all'ultimo a comporre musica, per sé, per Olympe Péllissier (sposata in seconde nozze nel 1846, dopo la morte della Colbran, avvenuta l'anno prima) e per gli amici.

Tra le ultime opere composte occorre ricordare la versione definitiva dello Stabat Matter  (1841) ed innumerevoli brani di musica da camera, sonate e composizioni per pianoforte solo o con voce solista, come le Soirées musicale, pubblicate nel 1835. Nella produzione dell'ultimo Rossini ci sarà inoltre spazio anche per quelli che egli stesso definì autoironicamente i suoi "Péchés de vieillesse", semplici senili debolezze.

Nel 1859 lo Stato Pontificio cominciò  a venire annesso dall'esercito sabaudo a partire dal territorio delle Legazioni. Rossini, che già nel corso della precedente rivoluzione nazionale (1848-1849) aveva ritenuto più prudente lasciare Bologna per Firenze, si stabili stabilmente a Parigi.
L'autore di capolavori come il Barbiere di Siviglia, La Cenerentola, L'Italiana in Algeri, Semiramide, Tancredi, La gazza ladra e Il Conte Ory (solo per citarne alcune) si spense dopo aver lungamente combattuto contro il cancro nella sua villa di Passy, presso Parigi. I francesi - ma non solo - si stavano preparando a festeggiare il suo settantasettesimo compleanno. Le sue spoglie furono tumulate nel cimitero parigino del Père Lachaise e traslate in Italia solo nel 1887: nove anni dopo la morte della Pélissier, su iniziativa del governo italiano. Riposano definitivamente nel "tempio dell'Itale glorie", la Basilica di Santa Croce, a Firenze. Il suo monumento funebre, realizzato da Giuseppe Cassioli, fu inaugurato nel 1900.






Samstag, 12. Januar 2013

Montalcino



 

"La colpa è del Tordo, del Tordo che tarda", diceva una canzoncina italiana degli anni sessanta. 

Ebbene, non andata a fischietarla a Montalcino, in provincia di Siena, l'ultima settimana di ottobre: guai se da queste parti il tordo arriva in ritardo! La Sagra del tordo è infatti un appuntamento fisso che ogni anno, l'ultima domenica di ottobre, attira migliaia di visitatori. Poco importa se il , oggi, non ci lascia più le penne, perché la sagra più popolare di Montalcino dal 1958 è diventata una gara di tiro a bersagli inanimati. 
Quello che conta è che la manifestazione continua a essere il miglior biglietto da visita per un borgo toscano tra i più belli ed esclusivi d'Italia, dove la magica atmosfera medievale si mescola a tradizioni enogastronomiche che hanno nel Brunello, uno dei vini rossi più celebri d'Italia, il loro gioiello più prezioso.
Se state per trascorrere un fin settimana a Montalcino, mettete in valigia la voglia di fare un salto indietro nel tempo e non dimenticate che chi viene a mangiare e bere in queste contrade non se ne vuole più andare. Se a ottobre, come si diceva, c'è la Sagra del tordo, il paesello è meraviglioso tutto l'anno. Un fine settimana ideale prevede innanzitutto l'arrivo in auto o in bicicletta, godendosi le meravigliose campagne della Toscana, fino ad arrivare sulla collina incantata.
Già, perché Montalcino si trova su una collina alta poco più di 500 metri e, da lontano, sembra proprio il paese delle fiabe. Fiabesco, in effetti, è il suo centro storico, che spicca come una gemma nel mare di vigne, oliveti, cipressi e lecci che ammanta la zona.


Certo è che l'abbazia di Sant'Antimo, interamente costruita in onice e alabastro, si presenta come in vero e proprio gioiello dell'architettura romanica lombardo-francese: eccezionali l'abside formata da cappelle radiali, il lungo corridoio interno, i capitelli decorati a forme geometriche, motivi floreali e figure di animali.



A proposito di animali, torniamo al motivo per cui molti turisti vanno a Montalcino proprio in questo periodo: la Sagra del tordo, la competizione di tiro con l'arco che coinvolge i quartieri della cittadina. Si comincia con un corteo di circa 150 figuranti in costumi del Trecento che sfilano per le vie del centro al rullo di tamburo. Si continua con la benedizione degli arcieri sul sagrato della chiesa di Sant'Egidio: si può assistervi e poi sedersi in uno dei vari ristoranti, per gustare pappardelle al cinghiale, zuppa di fagioli e carni alla brace accompagnate dal celebre vino di Montalcino.



Nel pomeriggio c'è la gara: i concorrenti devono colpire bersagli a una distanza sempre maggiore. Per loro, alla fine della giornata, il premio è l'ambita "freccia d'argento"; per noi, la sensazione di aver respirato fino in fondo l'atmosfera di Montalcino.







Samstag, 24. November 2012

Le Marche


C’È chi dice che una vacanza nelle Marche ti regala “di tutto e di Più”. Non per niente parliamo dell’unica regione italiana che ha un nome “al plurale”. I profondi estimatori di questo spicchio di meraviglia affacciato sull’Adriatico tirano in ballo una semplice proporzione: se l’Italia è il paese con la più alta densità di beni culturali al mondo, le Marche sono una delle regione con la più densità di beni culturali in Italia. Vedere per credere. Non esiste città, borgo, vicolo o piazzetta che non abbia un piccolo gioiello architettonico con una grande storia alle spalle. Non c’è centro abitato senza il suo museo traboccante di reperti archeologici, dipinti da togliere il fiato, libri corrosi dal tempo che raccontano le storie dei grandi personaggi nati su suolo marchigiano. Già, i “grandi” delle Marche. Giganti della cultura come Giacomo Leopardi, Gioacchino Rossini, Raffaello Sanzio e tanti altri, che sono riusciti a coniugare letteratura, musica e pittura con o spirito unico di questa terra.


Le Marche sono una regione dell’Italia centrale di 1.569.303 abitanti con capoluogo Ancona. Confinano con l’Emilia-Romagna (provincia di Rimini), la Repubblica di San Marino, la Toscana (provincia di Arezzo), l’Umbria (provincia di Perugia), l’Abruzzo (provincia di Teramo), il Lazio (provincia di Rieti) e il Mar Adriatico.

Le Marche si collocano sul versante del Medio Adriatico e occupano circa 9.365.86km2 di territorio italiano, che si estende tra il fiume Conca a nord e il Tronto al sud; a ovest la regione è limitata dall’Appennino. Essa presenta una forma caratteristica di pentagono irregolare e si sviluppa perlopiù longitudinalmente da nord-ovest a sud-est. Una zona montuosa é formata dall’Appennino Umbro-Marchigiano. Le Marche sono una delle regioni più collinari d’Italia: le colline comprendono il 69% del territorio. (6.462.90km2). Il 31% (2.902.96km2) è invece montuoso. Le pianure, non rilevabili percentualmente, sono limitate ad una stretta fascia costiera e alla parte delle valli più vicine alla foce dei fiumi.